LA MOSTRA DI BENAGLIA SI INAGURA IL 7 DICEMBRE 2011

di RENATO MINORE

Un «presepe» al centro di Roma. Fermatevi a visitarlo, vale i quindici-venti minuti di attenzione che promette e dispensa. Ha i colori graffiati e squillanti della «Natività» di Enrico Benaglia, esposta da mercoledì 7 fino al 7 gennaio presso la Sala Stampa della Provincia, che promuove l'evento. Una tela dal formato grande, di quel tipo che conduce infallibilmente lo spettatore dentro l'opera, in una suggestiva meditazione per i giorni che stanno arrivando in cui la festa ha spesso i toni distratti del consumo. Tra palazzine liberty, auto parcheggiate a tagliare la curva, fontanelle gorgoglianti, Gesù è appena nato sulla panchina di una enigmatica piazzetta, in un paesaggio cittadino di quelli cari a Benaglia: si pensi al calco surreale con cui il suo occhio ha trasfigurato i condomini romani nel ciclo dei «Quartieri dell'anima».

Con una intensità che condensa tutta la sua fantasia figurativa, resettando l'insieme delle proprie cognizioni associative altrimenti impiegate solo parzialmente, in una lettura destrutturata e episodica, Benaglia è l'amorevole pifferaio di un piccolo mondo incantato e sospeso, come in un fermo macchina con residui onirici(la scala abbandonata, le stelle alle finestre), mescolati a torsi di perplesse figure della contemporaneità. Un pieno di meraviglie antiche e lontane, come gli angeli di cartapesta, il bestiario fantastico di coccodrilli, zebre e giraffe, la stella cometa e i giocattoli a forma di bue e asinello. E' il collezionista appassionato che salva dall'oblio, spostandolo in un luogo illusionistico, un mondo parallelo alla vita , un mito perenne da raccontare come un sogno che sta lì per concludersi. E puo' in ogni momento ricominciare in una perenne natività che «celebra la vita come dono, come assoluto», scrive Alida Maria Sessa nel catalogo. Con le figurine di carta, fragili ma sicure, che si muovono vincendo la forza della gravità, in una condizione liminare che ne esalta una certa enigmatica leggerezza dinnanzi allo «stupore» della loro stessa esistenza.

Così appare anche dai disegni preparatori alla grande tela (gli angeli, i volti della Madonna e del Bambino, gli animali...), come una sorta di work in progress fissata nella concisione e nel laconismo che sembra quasi rinunciare all'interpretazione, nella festosità non naturalistica dei colori.