La pittura di Enrico Benaglia

a cura di Alessandro Quasimodo

Enrico Benaglia è come tutti sanno un artista versatile e poliedrico, sia per i diversi linguaggi che ha scelto di sperimentare nel corso degli anni, sia per la varietà delle immagini e dei soggetti rappresentati: la sua creatività si esprime da molti anni nelle forme più disparate ed originali e noi del Premio Letterario Città di Castello ci pregiamo di avere avuto il suo contributo per l'ideazione del logo che caratterizza il concorso del quale sono presidente.

Quando si osservano le opere di Benaglia non si può (almeno non posso io, che sono un amante della letteratura italiana) non pensare a Pascoli, alle pagine dedicate alla figura del 'fanciullino' e al rapporto tra poesia e fantasia.

Scrive il poeta che dentro ciascuno di noi esiste un fanciullino grazie al quale si mantiene nei nostri occhi una «serena meraviglia»; «i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili. Egli è quello [...] che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei.Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione [...].

Egli nell'interno dell'uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende». Sono queste parole e immagini che a mio parere descrivono perfettamente lo stile e la modalità espressiva di Benaglia: nei suoi collages, negli oli su tela si ritrovano figure che appartengono all'immaginario infantile e che fanno riemergere ricordi lontani, sensazioni, suoni e colori morbidi da un angolo remoto della nostra memoria.

Sono sogni, fiabe, racconti antichi ambientati in un mondo quasi metafisico che vive però di soggetti tratti dalla realtà quotidiana: penso ad oggetti comuni come una bicicletta, un recinto, una sedia, una finestra, una panca... elementi che fanno anonimamente parte della vita di ogni giorno e che in queste opere sembrano brillare di una luce nuova, proprio in virtù di relazioni segrete e magiche che si intuiscono pur non essendo esplicitate.

Come ha scritto Alida Maria Sessa per presentare queste opere «Gli insiemi esplorano [...] le potenzialità inconsce di un oggetto di uso comune a contatto con suoi simili». Insieme agli oggetti si stagliano su colori che variano dal delicato pastello diurno al nero della notte animali, piante e uomini: c'è tutto il creato, tutta la natura terrena e celeste (alberi, fiori, foreste, stelle) in forma tanto semplice da risultare stilizzata. In questo contesto gli animali di Benaglia raccontano ciascuno la propria avventura nel tempo; provengono dalle leggende, dal mito, dalle favole che ci venivano lette prima di andare a dormire: il cavallo che vola, la colomba che salva, le formiche lavoratrici indefesse, il gallo che guarda il sole, il pavone vanitoso, le farfalle danzanti, i rettili che avanzano silenziosi. Tutti insieme sembrano animati da uno spirito vitale che li tiene in continuo movimento.

Ed è un movimento che caratterizza anche gli esseri umani, cartoncini spiegazzati e sdruciti (da cosa? da quale forza?) che non hanno però perso la loro carica di vitalità, e che tendono le braccia o lo sguardo al cielo: con moto ascensionale il viso è indirizzato verso l'alto, verso la volta celeste, il sole, verso le nuvole fatte di note... verso un assoluto di stelle luminose ma intessuto anche di quel buio che a volte fa un po' paura anche ai grandi, forse perché presagio di qualcosa da cui si vorrebbe poter fuggire o forse perché simbolo delle zone oscure dell'anima. Sembra che a queste figure, ridotte all'essenziale, sia stato impresso un moto destinato a durare all'infinito: vengono in mente i giocolieri e gli equilibristi, il mondo circense coi suoi giochi, i trucchi e la meraviglia che si dipinge sui volti dei bimbi attratti da una dimensione magica. L'incanto di queste opere nasce proprio da questo: un'atmosfera immaginifica, fiabesca e metafisica ottenuta attraverso la 'conflagrazione' di elementi del reale noti a tutti, rivisitati però in chiave semplicemente nuova ed originale... in chiave 'poetica' insomma.

E chiudo ancora citando Pascoli e la sua idea di poesia: «Poesia è trovare nelle cose, come ho da dire? Il loro sorriso e la loro lacrima; e ciò si fa da due occhi infantili che guardano semplicemente e serenamente di tra l'oscuro tumulto della nostra anima [...]. A volte, non ravvisando essi nulla di luminoso e di bello nelle cose che li circondano, i poeti si chiudono a sognare e a cercare lontano. Ma pur nelle cose vicine era quello che cercavano, e non avervelo trovato, fu difetto, non di poesia nelle cose, ma di vista negli occhi...».