Dalla Terra tra i due Fiumi a Galileo: Enrico Benaglia scolpisce la relazione tra arte e scienza.

di Paolo Bertoletti 21 aprile 2015

 

Cosa rappresenta Galileo per Enrico Benaglia? Quale profonda molla emotiva lo ha spinto a rivisitare il dramma e l'ingegno del grande pisano (1564-1642)? Senza l'ostinazione per il metodo scientifico che ne caratterizzò l'esistenza intera la modernità non sarebbe mai sorta. Morte le grandi civiltà del passato, esaurite le spinte propulsive degli antichi sacerdoti Egizi e Caldei l'universo sarebbe restato immoto e inosservabile bloccato dalla visione statica del Tolomeo alessandrino accettato senza riserve dal Pontificato Romano (Urbano VIII). Solo da qualche anno la Chiesa Cattolica  ha riconosciuto l'errore accettando le tesi dello scienziato che inaugurò la modernità.  Enrico Benaglia affronta in età matura la palingenesi del pensiero scientifico attraversando con il suo scolpire la sapienza di oltre quattromila anni di civiltà: una mirabile palingenesi.

 

L'opera consiste in una scultura (Galileo sopra il globo terraqueo) e una serie di fasi preparatorie della stessa: alcuni disegni e quattro formelle triangolari verniciate di bianco e di verde. La scultura finale, alta circa 150 centimetri, vede la figura di Galileo in verde, attorta quasi a spirale verso il cielo, con le braccia alzate davanti al volto a mimare un cannocchiale (il futuro telescopio) che però non è presente. 

 

La figura ritta in piedi poggia su una semisfera azzurra arricchita da graffiti evocanti miti mitologici babilonesi nelle loro varie declinazioni temporali. Il piede sinistro poggia su una serie di cerchi colorati, quasi un arcobaleno circolare, mentre la gamba destra ancora non entra appieno sulla cupola, quasi a lui sfuggente. 

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Galileo, in equilibrio assai precario, scruta il cielo con uno sforzo fisico attorcente (appunto) esclusivamente con gli occhi della sua mente, da autentico e primo scienziato della nascente epoca del Mondo Nuovo. Costui ha previsto e calcolato  un totale ribaltamento dei valori e delle conoscenze fino ad allora ritenute sacre e immutabili: l'opera fa emergere  la consapevolezza che tale passo sarà per lui doloroso e pericoloso.  La figura dello scienziato rinasce, immersa nella tragedia del cambiamento epocale, dalle mani e dallo spirito di Benaglia. Drammatica e fuori dai consueti toni scherzosi e ironici ai quali l'artista, nel lungo corso delle suo operare, ci ha abituati.

 

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Tra passato e futuro Benaglia sembra oscillare tra la classicità greca, rintracciabile nella plasticità scultorea della figura (con rimandi importanti  all'arte e alla cultura dell'Asia Minore: i sigilli di invocazione richiamati dalla cupola sulla quale poggia lo scienziato) e uno sguardo al futuro di sapore vicino all'opera di Fortunato Depero: vedi l'uso delle angolazioni, dei tagli bruschi indicanti sofferenza, sforzo e dinamicità. Non si tratta di citazioni: Benaglia, artista consolidato da tempo con opere di respiro ampio ( direi universale) usa un suo specifico linguaggio che rielabora le lezioni della storia e delle  culture più disparate mantenendo costante la sua riconoscibilità, il suo personalissimo stile, quello stile che lo ha reso celebre e non imitabile. Nel caso del suo  Galileo ci impressiona la presenza degli antichi rimandi (la base della scultura)  ai sigilli mesopotamici (peraltro sovente distanti  tra loro di molti secoli). Tali sigilli di solito esprimono preghiere e rituali attinenti i bisogni e le prospettive di quelle popolazioni. La dea della luna (Ishtar, o Inanna a seconda delle locali mitologie) viene invocata a protezione: essa è espressione della volontà divina, ovvero del cielo. Cielo che Galileo, alcune migliaia d'anni dopo, interroga per definire una volta per tutte un metodo scientifico volto ad interrogarsi sulle leggi dell'Universo. Il Galileo di Benaglia, si diceva, non ha cannocchiale: come non lo avevavano gli antichi sapienti mesopotamici. Ha la forza mentale che lo deve liberare dal giogo delle false credenze. Galileo prende tale forza, nell'opera del nostro maestro, dalle antiche civiltà che sente ( al vaglio e con la lente dei secoli) più autentiche e propulsive verso una forma nuova di conoscenza. Insomma il Galileo di Benaglia sembra avere due sitemi ottici di riferimento: uno rivolto al passato, ai suoi piedi, e l'altro proiettato verso la nuova scienza. E' questa una intuizione tutta dell'artista. Benaglia ci restituisce un possibilità di sintesi tra arte storia e scienza del tutto originale. In un periodo di oscurantismo come quello attuale, pensiamo, solo di passaggio alle distruzioni di Ninive e Nippur ( appunto tra I Due Fiumi), l'intuizione del nostro artista ci invita a rilflettere e a sperare che l'arte, la cultura e la scienza si riapproprino  della loro funzione sociale.

“E chi dubita che la nuova introduzione (sic), del voler che gli intelletti creati liberi da Dio si facciano schiavi dell'altrui volontà, non sia per partorire scandoli gravissimi? E che il volere degli altri neghi i proprii sensi e gli proponga all'arbitrio di altri e che l'ammettere che persone ignorantissime d'una scienza o arte abbiano a esser giudici sopra gli intelligenti e per l'autorità concedutagli sian potenti a volgergli a modo loro”. (Galileo Galilei, Dialogo sopra i due Massimi Sistemi del Mondo. Ed.Studio Tesi; 1988, pag 625).