Figuriamoci se un artista così fatto non si metteva a sognare il mare, a cogliere il valore simbolico del suo flusso vitale, della sua profondità e la carica metamorfica, mutevole, delle immagini d’acqua. Il mare è il tema a cui ha sempre riservato una predilezione manifesta, tanto da ritornarci sopra lungo tutto il corso della sua carriera. A volte il paesaggio marino è usato come pretesto per riflettere ed ironizzare sulla vita, altre come contrappunto delicato alle sue metafore. Ma il mare di Enrico Benaglia non è mare, è una cosa a parte, sua. Un mare evocato dalla terraferma, da una terrazza affacciata sul golfo, da una stanza mentale senza pareti. Più che un vissuto in full immersion, è un sogno ad occhi aperti, una nostalgia ed un’attesa di felicità. Più uno stato d’animo o forse unafantasticheria da poeta che il tema forte di un pittore. Perciò l’artista romano non ne fa mai un’interpretazione naturalistica, il suo amore per il mito lo porta a rifiutare la realtà naturale, a dichiarare apertamente “Ho orrore del paesaggio“. Fin dai suoi primi lavori l’artista ha dimenticato la profondità prospettica del mare, per praticare la campitura su un piano astratto su cui allinea personaggi ed oggetti. A volte tratta il mare come una presenza proteiforme, che si fa apprezzare in tante versioni, per dialogare silenziosamente con lo spettatore, magari ammaliarlo e trasportarlo dove vuole. In molte opere ce lo porge come se fosse una persona spigolosa o levigabile, in perpetuo rinnovamento, un qualcuno, quindi, a cui fare molteplici ritratti stilizzati, sempre nuovi, in altre è un nume misterioso da placare con piccoli rituali propiziatori o un ospite educato che ritirandosi con la bassa marea lascia doni preziosi sulla spiaggia: coralli e conchiglie di madreperla. Altre volte ancora, è poco più di una massa filamentosa, una spuma aggrovigliata, quasi un semplice gomitolo di emozioni, di cui l’uomo fa bene a tenere in mano un capo per ritrovare la strada di casa, ma nelle migliori occasioni di pittura, è uno strumento musicale inconsapevole che sa incantare con i pianissimo, ipnotizzare con i suoi fruscii sonori, quando non è una vera e propria catena di note, una sinfonia per orchestra, che si scompiglia in risacche argentine.

A volte l’esuberante fantasia dell’artista lo trasfigura in un tessuto di luci, scintillio mobile di specchi, che scompone e rifrange la luce in un gioco inesauribile, inquadrando l’orizzonte nella finestra aperta su una parete, in altre è un incanto mobile sotto le stelle o specchio fermo che riflette il cielo, quasi una lama sottile d’acqua grigio-argentea con una bava di spuma ad infrangersi sulla riva davanti ai suoi misteriosi villini disabitati, eppure pieni di tracce di vita o di giochi interrotti. Quando non è un caleidoscopio in movimento, purezza squillante di tinte a seconda di come lo taglia la luce e giocano i riflessi, un mare mitico, un universo di acque vive su cui è bello naufragare dormendo nel cavo di una barca o di un guscio di noce o di un nido, un mare su cui trasportare viti cariche di grappoli o curiosi paraventi che ritraggono colline fiorite. Ogni tanto, il mare di Benaglia è persino massa d’acqua, nube di plancton, ma se ne salta fuori un pesciolino guizzante, non vi illudete, è una creatura sua, un alter ego che sfida la gravità ed il peso della vita, una figurina di carta trasformata dalle piegature in ritmo, 

nell’inconfondibile origami benagliano, l’espediente scelto per indagare le strutture nascoste del movimento e sconfiggere l’ossessiva bidimensionalità
del foglio. Il suo non ha mai voluto essere un enunciato stilistico, semmai l’intento inconsapevole di riduzione organica del visibile entro referenti cognitivi: linee–segnali. Ogni tanto il mare è un mare da navigare, il mito di antiche civiltà mediterranee, da cui arrivano navi dalle insegne sconosciute a portare un destino ignoto Per stemperare il panico, tutto viene ridotto ad una flotta di barchette di carta, magari ad un bastimento che si brucia da solo. E l’arca di Noè,il mito per eccellenza, diventa un cassetto stipato di animali per nulla intimoriti dalle onde violette. La natura mutante delle marine ci viene di volta in volta chiarita, oltre che dal tono globale e dalla composizione dell’opera, dal nitore delle luci, dalla levità delle movenze di nubi, soprattutto dai personaggi o dagli oggetti che popolano la scena: il ragazzo che suona davanti al mare in tempesta con i gabbiani strapazzati dalla bufera di vento e le nuvole di vapori creati dal frangersi impetuoso delle onde, tenta un concerto impossibile, di puro stampo benagliano, per moto ondoso e contrabbasso, perfetta metafora della vita, la sediolina piantata sulla battigia con i doni di stelle di carta, ha proprio il valore di un atto di devozione di fronte ad una divinità primordiale, le sirene che lo popolano, tutt’altro che malinconiche e flessuose, hanno voglia di giocare a palla, di assistere a spettacoli teatrali, di trastullarsi con specchi e collane, di assopirsi dolcemente a riva al suono delle onde. Sono enigmatiche ragazze del mare, oggetto di un desiderio irrealizzabile e quindi di tormento, che l’artista sparge dappertutto a fare da prora al carrettino delle granite, a dormire improbabili sonni nel folto di un pino marino, a riportare la notte, il suo cielo stellato, nella casa sulla spiaggia o a fare da assorte guardiane al museo del mare, una sorta di costruzione bianca folta di colonne che accoglie e celebra la vita sottacqua. Poi ci sono le cabine. Alcune cabine di Benaglia valgono un atto unico. La porta socchiusa da cui sfugge una lunga piuma, ci porta nella sua solita strategia di far parlare solo gli oggetti e sempre un attimo dopo, cioè di svelare con una traccia minima un evento mancato, un desiderio inesaudito, un altro sogno. Attenzione particolare merita anche il trattamento delle sabbie. Con le spiagge il maestro si sbizzarrisce a fare materie ogni volta diverse, mai opache, mai casuali E’ con grande piacere che si abbandona, adesso si, al racconto della materia: erosioni ed impasti di grande forza. Così balza agli occhi che la conchiglia perlacea in primo piano,così seducente, che la cabina a strisce, a volte sono quasi un pretesto minimo, per meglio far risaltare le sabbie bagnate, pesanti, gonfie di tracce organiche. Significanti Spiagge lisciate da una trina di spuma, sabbie sconvolte dalle mareggiate e punteggiate di reperti minerali in pastelli che sembrano oli o in oli che sembrano pastelli, tale è il lavorio minuzioso, stratificato per raccontare il confliggere dell’acqua sulla materia inerte, millennio dopo millennio. La spiaggia è il luogo dove il passato è presente storico e testimone di ogni accadimento. E’ l’arena della vita. Dove tutto è sempre in gioco. Il ragazzo che calcia il pallone a mezz’aria, con un movimento tra il passo di danza e l’ansia di vincere la gravità o la coppia intenta in un accanito incontro di beach volley, lanciando non il pallone, ma una serie di meravigliose conchiglie, non stanno su un campo di battaglia, ci parlano semmai della vita come di una partita su terreno morbido, tra avversari naturali ma leali, dell’amore come di un’appassionante, vibrante occasione di gioco e di bellezza. Una partita imperdibile, quindi.
Oppure l’artista abbandona le allusioni su cui sa stare in bilico con grazia, per entrare nel vissuto quotidiano, cercando per noi, i momenti in cui, senza saperlo, profondo e autentico. Forte. Perchè per Benaglia ogni gesto è un microcosmo da indagare, ogni attimo può essere importante e lascia tracce sensibili, se solo lo sappiamo uscire dalla nostra pigrizia mentale, che forse è miopia emotiva, e riusciamo a leggerlo come vettore di significati profondi. E qui veniamo all’opera che forse meglio illustra l’attuale poetica di Benaglia e chiarisce il titolo della raccolta. Ne “Il ritorno dal mare”, una madre sostiene nel vano di una finestra affacciata sul porto, un bambino che agita la mano a salutare il ritorno del padre.
Pescatore, marinaio o ammiraglio, poco importa. Arriva papà. E’ festa. Tutto
il quadro è nello sgambettio frenetico del neonato e nello slancio della manina che trasmette una corrente intensa di tenerezza. Un momento di vita, capitato a tutti, celebrato dall’artista con semplicità toccante, senza riserve, senza difese intellettualistiche. Una madonna con bambino, ritagliata da un foglio di carta, inquadrata nel vano di una stanza, dimessa e laica per celebrare la sacralità della vita. E’ la solita magia di Benaglia, di una pittura in cui tutto è allo stesso tempo chiaro ed indecifrabile. Tale e quale alla vita.