Già nel lontano 1970, nei suoi quadri d'argento liquido, Benaglia proponeva dei palazzi, come anonimi oggetti di città, un po’ monumenti, un po’ simboli metropolitani. Forme rarefatte ricavate pari pari dal tessuto urbano del suo quartiere romano, denominato Quartiere dei fiumi, per via della toponomastica che gli è toccata in sorte, palazzotti assai poco manipolati rispetto agli originali, semmai resi eterei dal consueto pulviscolo che annebbia la sua pittura. 

Tutti i palazzi di questo primo periodo si possono considerare semplici icone metropolitane, perché colte senza profondità di campo, estrapolate a forza dal gomitolo di strade e stradine cui appartengono, sottratte agli orizzonti affollati di volumi, alla folla concitata di passanti e di mezzi di trasporto. Perdono così ogni connotato di romanità, per divenire immagini universali della vecchia Europa: Imago urbis fuori dal tempo. Ci consegna isolate in riva ad una spiaggia, ad un lago, con tutte le finestre spalancate sulla notte, anzi piene di stelle, le palazzine di Piazza Caprera, di via Reno, oppure incastonate su un orizzonte vuoto. In ogni caso, per merito della luce magica e misteriosa dell’inconscio, sono sottratte totalmente alla banalità di una pittura di paesaggio e già divenute un suo topos ricorrente che costruisce, insieme ad altri pochi simboli, la quieta, dimessa e domestica metafisica di Benaglia. Una metafisica tascabile, che stupisce senza incutere soggezioni culturali.

Nel bel mezzo degli anni novanta accade qualcosa, come al solito, per caso. Camminare a braccetto con la moglie per le strade del consueto tragitto da casa a studio, provoca nell’ artista il ribaltamento repentino della percezione del suo quartiere. La moglie, da qualche tempo ammalata, cammina spaurita senza più riconoscere le strade dalla casa di via Sebino allo studio di via Bosio 6. Accade che attraverso lo sguardo smarrito di Ida, Benaglia cominci a viversi il quartiere anche in un altro modo,a sentire sotto le apparenze armoniose e rassicuranti di un’edilizia popolare ma molto bella, il conflitto tra essere ed apparire e le suggestioni oscure, il peso di una premonizione, purtroppo esatta. Nel 1997, il pittore prende un pugno di palazzi affacciati ad una piazza e li riproduce, accorciando le distanze tra un edificio e l’altro, cercando un deliberato senso di oppressione. Poi svuota le strade, spopola le piazze, serra finestre e portoni. Nulla più a che fare con la vita normale di una città. Si lavora sulla rarefazione, sul silenzio. Nulla che si muova, si agiti o produca suono. Le tracce dell’umano sono tutte in pochi scarni simboli che si caricano di significati nascosti.
Soprattutto le opere del triennio 97-2000, presentate per la prima volta nel maggio 2000 presso la galleria l’Indicatore di Roma, hanno un’aura di grande inquietudine,basta pensare all’aeroplano di “Volo notturno“ che rischia di schiantarsi contro una facciata o ai palazzi di che franano su se stessi perché qualcuno ha appiccato fuoco ai piani bassi o a quelli immersi in un’acqua alluvionale in cui già si aggirano bestie feroci. Per non parlare dell’uomo che porta a spasso un cane di pizzo nel giardino fatiscente intorno a Villa Ada e la bestiola si disfa man mano che gli cammina a fianco. Se c'è sospensione onirica, grazie alla particolare sensibilità dell’ artista, è chiaro che ci trasporta più in un incubo che in un sogno. Le opere fanno parlare il solito personaggio di carta o qualche minuscolo dettaglio, per chi ha il tempo di curarsene e di seguire il filo tortuoso di Arianna della metafora. C'è ne “I quartieri dell’anima“ uno sguardo concentrato ed assorto, su una città adesso del tutto riconoscibile nel suo tessuto urbanistico, nelle sue prospettive serpeggianti, anche se simile a tante altre. Eppure più Benaglia entra nel dettaglio, la piazza, la fontanella, la curva del palazzo che sfuma in lontananza, i marciapiedi minuti, più il territorio risulta rarefatto ed enigmatico. I palazzi sono contenitori che serrano e non comunicano, splendidi involucri di anime migrate forse altrove. I pochi segnali di vita parlano di una umanità tanto vicina quanto inaccessibile. Case sconosciute dove non potresti nasconderti, né trovare scampo.
A ben pensarci accade per queste case, in questo preciso momento, quanto è già accaduto in molte altre opere di Benaglia alla figura femminile. Idealizzata, vagheggiata, attesa e, nel momento dell’incontro, inaccessibile. Simbolo seducente di ciò che non è vietato o proibito, solo tragicamente impossibile ...

... Certe facciate raccontate con grande ricchezza di dettaglio e di chiaroscuri sui consueti colori degli intonaci romani, autentici gioielli dell’architettura urbana, azzardano una cruda analisi di quanto potrebbero celare dentro, parlano di destini soffocati da qualche ordinaria atrocità, dietro la bella facciata. E si torna ai temi già cari negli anni settanta con i pochi significativi dipinti precursori dell’intero ciclo sul quartiere, sia per il fascinoso distillato di solitudine e malesseri, sia per il senso di una profonda lacerazione contemporanea. Conviene qui ricordarne almeno due molto pubblicati e apprezzati, mi riferisco a ”Solitudine“ un interno borghese con la donna di carta che si è data fuoco sul divano, opera del 1973, o a quello più recente, ”Giochi sul balcone“, in pieni anni ottanta, con la ragazzina che fa la conta sul balcone di una di queste palazzine, e per giocare a nascondino non ha niente di meglio di tre amici di carta, inventati dalla sua fantasia.
Più che testimoniare la realtà del quartiere, l’artista sembra alludere ad una parabola esistenziale che ci riguarda tutti: una pittura quindi, profonda di significati che vuole rappresentare le verità interiori delle cose, più che riprodurle. Una pittura su una città barricata ed inconoscibile,in cui ogni lato d’accesso ed ogni possibile intimità viene contraddetto dal senso di separatezza, diffidenza, chiusura di sbarre e portoni: la faccia nascosta della paura. Più che la rappresentazione di un territorio, semmai lo si poterebbe leggere come il ritratto di una mancata compenetrazione, di un’angosciata estraniazione.
A volte parla solo il titolo dell’opera, in una sciarada a più soluzioni. Quando torna sui palazzi del suo quartiere per coordinare le successive mostre di New York, presso la sala vip dell’aeroporto Kennedy e al museo Vittoria Colonna di Pescara è già il 2004. Nei nuovi dipinti sembra rasserenarsi attraverso inedite corse in bicicletta delle sue figurine di carta. Nel marzo 2005, per presentare a Madrid il ciclo sui quartieri, presso l’Istituto Italiano di Cultura, arricchisce la raccolta con altre opere in cui mostra ragazzi che sfrecciano sullo skate-board, bambine che fanno serenate alla luna su terrazze dai pavimenti a scacchi, bambini intenti a rubare un mandarino. Ancora giochi solitari, ma a ben guardare alcuni giardini sono carichi di frutti d’oro.Si apre persino un cancello a metà.