Benaglia è vero; nella sua ricchezza espressiva non conosce sofismi; non segue, è per apparire à la page, le pretestuose alchimie di un figurare estraneo ai segreti di natura. Nello stesso tempo il suo realismo visionario, si accorda con la fantasia nell’accezione desanctisiana (la facoltà “creatrice”, quanto più sembra evadere dal visibile e dalla empirìa tanto più scopre, scavando sotto la scorza, il volto segreto dell’essere). Il suo non è un candore disarmato, e nemmeno un primitivismo mistificatorio, come quello che segna negativamente buona parte della naïvitè soprattutto slava. Ecco finalmente una “invenzione” limpida pur nella sua coinvolgente problematicità, che restituisce alla parola il senso dell’etimo latino: Benaglia dipinge e scolpisce per “trovare”, sui sentieri di una metafora alta, una diversa condizione di esistere”.

 

Renato Civello, 2001