Tutto in Benaglia dipende dal simbolo e tutto viene intitolato al mistero della vita, ma c’è un quadro che meglio degli altri rende più vera questa impressione: il giardino dell’Eden. In primo piano c’è un’Eva tutta moderna con il pomo del bene e del male in mano mentre fugge. Poi, dietro un cancello, tutto il resto creato, il regno vegetale e quello animale e ,sopra, il cielo… Da questo punto di vista, l’opera di Benaglia è un’opera religiosa, espressa com’è per grandi linee e per grandi proposte. Sta all’osservatore cogliere, volta per volta, il peso e il valore dei diversi inserimenti; appartiene allo spettatore dotato di grazia d’interpretazione saper distinguere la parte costruttiva del quadro, dall’altra puramente esterna e, in apparenza, più critica che creativa. Si ha l’impressione che l’artista, tentato di volta in volta dai termini più svariati e, finalmente, accettata la scommessa, subisca una sorta di contraccolpo, venga assalito da un dubbio esistenziale, fino a chiedersi: è mai possibile fare combaciare l’ispirazione con la realtà, quello che egli vede e sente dentro di se e gli strumenti – pur così degni e puri – della restituzione?”

Carlo Bo, 1991