Certo quelle di Benaglia sono immagini che possono leggersi come favola e che dunque contengono – come il genere vuole – una loro morale. Ma non deve trarre in inganno il gioco che sembra sommuoverle perché se più di un motivo ha legittimato nella sua prima stagione la citazione di quei maestri già ricordati, ciò dipende proprio dal fatto che Benaglia condivide con loro la capacità di nascondere il vero fulcro del suo messaggio, le no sempre liete verità del suo racconto sembrano scaturire non dalla pagina di un narratore, ma dalla fantasia senza freni logici di un poeta burattinaio: ovvero dalle quinte di un teatrino. Ma di “un teatrino per grandi, più amaro che giocoso, che porta i segni di una ingenuità consapevole” come ha intuito acutamente Lorenza Trucchi. E i personaggi che vi appaiono sono i più umili, i più poveri che si possano immaginare: dei pupazzi di carta (emblemi forse dell’inconsistenza della vita) ritagliati talvolta nelle pagine di un quaderno di scuola. Ma i personaggi non nascono subito sulla tela, come si potrebbe credere, evocati e resi vivi dal colore: no, prima hanno avuto una loro corporeità, fittizia, certo, apparente, ma vera. Sono andato a visitare lo studio di Benaglia e appena chiusa la porta, quei pupazzi, mi sono venuti incontro, come un improvviso e inaspettato Paese dei balocchi”.


Luciano Luisi, 1987