"C'è o comunque c'è stato spesso, nelle opere di Benaglia, un particolare ricorrente, una specie di segno guida: eppure la verità è lì, è proprio in quel giuoco, è nella purezza senza peso d'inventiva dove vigono solo le trasparenze e l'irrefutabilità dell'immaginario. E forse ci si avvicina maggiormente all'universo di Benaglia il meno possibile procurando d'intenzionarlo e il più possibile invece sforzandoci di gustarlo nella sua impeccabile nudità. Se vi si bada, la sua è una fantasia semplificatrice che opera al di qua delle alchimie dei sovrasensi e delle complicità del fraseggio intellettualistico. Formalmente parlando la sua norma è la levità, il suo segreto sta nel tuffarci con pochissimi mezzi e misurata eleganza in un clima di interiorità e come di innocenza dove le cose stanno per sé non si sa bene se ingenue o allusive o sottilmente irridenti, non si sa bene se intese a esprimere la nascita del mito o l'infanzia del reale se immerse in una misteriosa prospezione metafisica ovvero in un'illusoria profondità d'acquario. Ma il miracolo dell'arte di Benaglia sta in definitiva appunto qui: nel tradurre, come si diceva giuoco in sortilegio, ma sempre lasciando ai suoi sortilegi la libera e immune gratuità del giuoco".

Mario Pomilio, 1981