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LA DANZA DEL MITO di Alida Maria Sessa

Da sempre Benaglia vive un rapporto strettissimo con la musica che ascolta continuamente mentre lavora. È un ascoltatore attento e preparato che quando tradisce il prediletto Mozart, fa incursioni meditate in molti generi e si nutre del con tatto con maestri ed etnomusicologi raffinati. Tra le varie occasioni che ha avuto la fortuna di cogliere, quelle con Eugenio Bennato e con Ambrogio Sparagna costituiscono un serbatoio di emozioni da cui sono scaturite opere inedite. Ma in questa suite, in gran parte dedicata alla taranta, è possibile apprezzare gli esiti della preziosa conoscenza nell’ estate del 2016 di Pierpaolo De Giorgi e capire la natura del tipo di taranta che ha voluto celebrare con la sua pittura.

In queste sue ultime opere, la vita sembra risplendere briosa nella danza più antica e più carica di vitalità del mediterraneo. Una dimensione inebriata ed estatica insieme, che le delicate figurine del Maestro raggiungono movendosi in volute sinuose e colpendo il tamburello pieno di sonagli con la mano in un ritmo trascinante, periodico, cardiaco si direbbe, e saltando sulle punte dei piedi ma con un tocco lieve, appena quanto serve per trovare un altro rimbalzo ed un altro ancora, quasi all’ infinito.

2016 la taranta e la luna olio su tela 76x53 2016 pizzica 2 collage 30x40  2017 la taranta e il tamburello olio su tela  2016 la pizzica e il mare olio su tela 40x50 2016 pizzica collage 30x40 2016 tamburellata salentino olio su tela 50x50

Danza quasi esclusivamente femminile, tutta un soffio di giovinezza, di grazia, che risplende al massimo livello di forza e di salute. Perché per Benaglia la ballerina alle prese con la taranta non è menade fuori controllo, né sta ancora realizzando un percorso rituale per esorcizzare il morso del ragno, non è posseduta dal veleno, né creatura sprofondata nel buio dell’anima. Anzi, ogni senso del male ed ogni paranoica aspettativa del male, è bandito in questo ciclo pittorico. E per farlo l’artista, che è l’antitesi dell’improvvisatore instabile, inquieto ed maledetto, gira per musei, si documenta e filtra le fonti, poi da affabulatore raffinato, ci strappa indietro, molto indietro nel tempo, tornando alle origini magno-greche della danza.

Ci sono affreschi, statue, bassorilievi, attentamente studiati da De Martino, ma anche da Jung e da Hillmann, da Camus, che svelano le intenzioni all’origine della taranta, ci sono vasi apuli e lucani che ritraggono la donna che danza in trance saltellando e suonando il tamburello, il tutto mentre fissa lo sguardo sul grande occhio sovraddipinto sulla pelle del tympanon. Lo strumento musicale viene tenuto proprio davanti al volto, nella pratica sonora e visiva dell’ orón orónta. La ragazza balla, salta, suona e “guarda sentendosi guardata e protetta dal simbolo divino”, in perfetta comunione. Balla e fa le corna con le dita in un gesto scaramantico e beneaugurante che in Magna Grecia assumeva valenze diverse se diretto ad altri o rivolto a se stessi. Fin qui la taranta è un rituale sacro, per guadagnarsi e conservarsi la protezione e la benevolenza degli dei. La ballerina di taranta beve miele fermentato, non ancora vino, per cantare la bellezza della primavera, il fascino del suo corpo in movimento in un magnificat a tu per tu con gli dei. Ed è qui, in questa luce, in questo zenith di splendore di vita in compagnia del dio Dioniso, il cui chaos è solo la fase che precede il kosmos, che si ferma Benaglia. Chi vuole approfondire, facilmente scoprirà che già 500 anni avanti Cristo, celebri vasai salentini e lucani hanno sentito il bisogno di celebrare la taranta su vasi a figure rosse su fondo nero sparsi in svariati musei archeologici. Per non parlare dell’affresco dei Lari che proteggono la casa dei Vetii a Pompei e lo fanno esibendosi in una danza saltata le cui movenze sono molto simili alla taranta.


Ma torniamo all’ artista romano che consapevolmente sceglie di sterzare su ogni stratificazione culturale posteriore alla Magna Grecia, ignora il delirio, il disordine interiore dei saturnali romani e l’eccesso vizioso del Bacco latino, che sono lontano anni luce dal dionisismo e dal pensiero armonico mediterraneo. Benaglia volta le spalle pure al veleno di ragni mitici, alla sofferenza di essere posseduti e asserviti, e annulla così ogni “pazzia rituale”, alienazione e spirale autodistruttiva che tanto avevano affascinato Nietzsche, mentre con le sue figurine danzanti ci invita con freschezza incredibile dentro la primigenia carica dionisiaca della danza, proveniente dalla Grecia ma scaturita dalla civiltà minoico micenea, e ne esplora i profondi significati di combattimento contro la parte negativa di un universo, altrimenti armonico. Infatti la taranta è anche di volta in volta simbolo di resurrezione (Dioniso muore e resuscita dopo tre giorni), di eterna rinascita (i riti della primavera), di festa dei raccolti (il miele, l’uovo della rinascita, il vino), di fede nella vita ed infine rito apotropaico di auto-protezione dai serpenti. E per estensione Benaglia da pittore del ventunesimo secolo, la vuole interpretare, a modo suo, anche come esercizio di leggerezza per affrontare le avversità, il labirinto minoico della vita, con piglio giovane e positivo.


Le sue ballerine scatenate hanno perciò accenti surreali, filtrati dalla fantasia straripante dell’artista, e tanta grazia nella frenesia di movimento, ma nessun carattere drammatico, tragico o trasgressivo. Sono palesemente fanciulle felici di stare al mondo, sacerdotesse della Zoè in piena armonia, inebriate dal potere psichico della musica, da quello salvifico della danza, dal contatto col divino che riconoscono nell’occhio dipinto sul tamburello, ma anche nella Natura viva ed in ogni cosa. E per Benaglia prediligono danzare accanto ad un mare baciato da stelle. Mito che si aggiunge al mito.
In alcune opere l’acqua di mare schizza sotto lo slancio del piede che saltella, la ragazza nel vestito danzante guarda le stelle col capo rovesciato, la sua gioia é palese mentre la forza rigenerativa della musica si potenzia con la risacca del mare, in altri dipinti si danza tra le stelle riflesse forse dall’ acqua. Lo spirito della taranta è risolto da Benaglia tutto attingendo esclusivamente al cotè solare delle origini che lo incanta per il suo amore per la vita alla massima potenza.


L’entusiasmo delle sue figurine danzanti è enthusiasmós dionisiaco, vita autentica e consapevole di se stessa che erompe senza riserve, non solo nei movimenti rituali, nella leggerezza dei corpi ma soprattutto nel colore pieno, ricco, screziato che il maestro stratifica, felice a sua volta. Il pubblico lo sente. Lo vede, ma soprattutto lo sente col cuore.

 


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